Piante spontanee di interesse alimentare nella regione etnea

Salvatore Arcidiacono e Pietro Pavone

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Dente di leone (Leontodon tuberosus L.)

Dente di leone

Etimologia: Il primo termine del binomio deriva dai vocaboli greci leon: leone e ous, odontos: dente, in riferimento al margine delle foglie marcatamente dentato; il secondo, invece, è riferito alla presenza di radici tuberizzate.

Descrizione: Pianta erbacea perenne caratterizzata da radici ingrossate, tuberizzate e da una densa rosetta di foglie basali, pelose, lineari-spatolate, con margine profondamente sinuoso-dentato. In primavera, dal centro della rosetta si sviluppano gli scapi fiorali, eretti ed afilli, che portano all’apice un capolino di fiori colore giallo-limone. La parte aerea ricorda, nell`aspetto generale, la più comune Costolina.

Ambiente: Si tratta di una specie non molto diffusa sull’Etna, che cresce nelle sciare e nei coltivi, dal livello del mare fino a 1000 m di altitudine.

Parte utilizzata: Il cespo di foglie basali.

Uso: Le foglie del Dente di leone si usano semplicemente lessate e condite con olio.

Commercio: Nessun riscontro né notizie in merito.

Diffusione: Le giovani foglie sono utilizzate, in varie parti della Penisola, come spinaci (Corsi & Pagni, 1979a).

Notizie: - Un`omonimia da evitare: Il nome comune Dente di leone viene attribuito anche ad un’altra pianta mangereccia, Taraxacum officinale Weber, sempre in riferimento alla presenza di foglie con margine marcatamente dentato-inciso. Questa specie, anch’essa appartenente alla famiglia Compositae, è nota, peraltro, con altri appellativi volgari (Soffione, Tarassaco, Piscia cane, Piscialetto) ed è assente nel territorio etneo.

Ricette: Lessi