Piante spontanee di interesse alimentare nella regione etnea

Salvatore Arcidiacono e Pietro Pavone

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Salsapariglia (Smilax aspera L.)

Salsapariglia

Etimologia: Il primo termine del binomio è una antichissima denominazione data alla pianta in Grecia, dove essa è largamente presente, riportata anche da Teofrasto (IV sec. a. C.), e attribuita da Linneo, nel 1737, all’intero genere; esso deriva dal greco 'smilé' = raschietto, in riferimento alla morfologia e alla spinosità delle foglie. Il secondo termine deriva dal latino 'asper' = scabro, pungente, per la presenza nella pianta di abbondanti spine.

Descrizione: Pianta lianosa, perenne, sempreverde, provvista di lunghi fusti rampicanti, teneri e arrossati nelle parti giovani, legnosi a maturità, flessuosi, muniti di spine uncinate. Le foglie sono coriacee, sagittato-cordate, spinose ai margini e lungo la nervatura centrale, provviste di un picciolo tortuoso con due viticci laterali, lunghi e tenaci. I fiori, che compaiono da settembre a novembre, sono esameri, unisessuali su piante dioiche, piccoli, bianchi, profumati, riuniti in ombrelle sessili multiflore, raggruppate in grappoli ascellari e terminali. I frutti sono piccole bacche globose, di colore rosso, non commestibili ma innocue, che maturano nell’autunno successivo, contempora- neamente ai nuovi fiori.

Ambiente: La Salsapariglia si rinviene nei boschi di Leccio (Quercus ilex L.), nella macchia, come pure nelle zone più aperte, nelle sciare, nelle siepi e sui muri a secco, dove sovente forma intricati cespugli. E’ comune in Liguria, nell’Italia centro-meridionale e nelle isole, rara nelle regioni settentrionali.

Parte utilizzata: Si raccolgono i nuovi getti dei rami, in primavera, quando sono rossastri e tenerissimi; assomigliano un po’ ai turioni degli Asparagi ma, a differenza di questi, presentano giovanissime foglie con picciolo provvisto dei due viticci stipolari.

Uso: Le giovani cime dei rami della Salsapariglia si preparano in cucina allo stesso modo degli Asparagi; hanno un sapore amarognolo piuttosto gradevole. L`uso alimentare della Salsapariglia non è, tuttavia, uniformemente diffuso nel territorio etneo; nel versante sud-orientale è una verdura apprezzata e ricercata, ma negli altri versanti le sue qualità alimentari sono quasi sconosciute.

Commercio: Fino a qualche decennio scorso, la Salsapariglia veniva venduta dagli ambulanti, soprattutto nel territorio di Acireale, raccolta nella vicina Timpa dove cresce abbondantissima. Attualmente non risulta l’esistenza di un vero commercio.

Diffusione: I manuali di fitoalimurgia editi in Italia non citano la Salsapariglia come pianta alimentare, ad eccezione di BRANCA (1991); ciò forse è dovuto alla ineguale diffusione della specie nel nostro Paese. Cenni sull`impiego alimentare di questa pianta si rinvengono, invece, in alcuni testi di autori stranieri concernenti la flora mediterranea (POLUNIN e HUXLEY, 1968; SCHöNFELDEN e SCHöNFELDEN, 1986).

Notizie: - Sui nomi volgari Fra i nomi volgari dati alla Smilax aspera il più diffuso è Salsapariglia. Il termine è di origine spagnola e deriva da zarza = arbusto (a sua volta derivato dall’arabo scharac) e parilla = piccola vite, in riferimento al portamento rampicante e alla presenza di viticci. La denominazione Salsapariglia nostrana distingue meglio questa specie dalle altre, non presenti in Italia. L’appellativo salsapariglia è utilizzato anche per indicare la droga estratta dalle radici di alcune specie, quali S. officinalis, S. medica, S. syphilitica, S. saluberrima, proprie dell’America centrale e meridionale; le radici di queste piante contengono un glucoside saponinico, la sarsaponina, nonché olî eterei, resine e altre saponine con proprietà toniche, sudorifere, antireumatiche, depurative e, secondo la tradizione popolare, antisifilitiche (MABEY, 1992). In realtà, poiché la Smilax aspera non possiede proprietà medicamentose, sarebbe più consono per non generare confusione utilizzare il termine Smilace, derivato direttamente dal nome greco della pianta e comunemente usato in Toscana. Esso risulta, tra l’altro, legato al mito secondo il quale le Baccanti, dovendo compiere i loro riti tersicorei e non trovando l`edera per ornarsi il capo, usarono i tralci di Smilace, che hanno foglie simili ma spinose. Quando la danza divenne più frenetica, le acuminate spine della pianta cominciarono a trafiggere la fronte delle Baccanti le quali iniziarono ad urlare e gesticolare in modo inconsulto, facendo degenerare il rito in un vero e proprio baccanale. I termini Stracciabrache, Strappabrache e Stacciacappe indicano le possibili conseguenze dovute alla presenza delle acuminate spine nella pianta.

Ricette: Stufati Lessi