Piante spontanee di interesse alimentare nella regione etnea

Salvatore Arcidiacono e Pietro Pavone

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Tamaro (Tamus communis L.)

Tamaro

Etimologia: Il primo termine del binomio fu tratto da Linneo da un antico nome latino usato da Plinio e da Columella per indicare un vitigno selvatico. Il secondo termine, invece, rimarca l`ampia diffusione e la frequenza di questa specie.

Descrizione: Pianta erbacea perenne caratterizzata da una radice tuberosa, allungata, carnosa, ricca di sostanze mucillaginose e da fusti rampicanti che si attorcigliano (in dialetto ca furríanu) in senso destrorso, sottili, flessuosi, glabri, lunghi fino a 4 m. Le foglie sono ampie e cuoriformi, con margine intero, arrotondate o acuminate all’apice, di colore verde lucido. I fiori, che compaiono tra aprile e maggio, sono unisessuali su piante dioiche, piccoli, di colore giallastro, con perigonio formato da 2 verticilli di 3 elementi sepaloidi; i maschili hanno 6 stami e sono riuniti in racemi ascellari allungati con fiori solitari o in fascetti di 2-3; i femminili hanno un ovario infero con stilo unico e 3 stimmi bilobati e sono riuniti in corti racemi (1 cm) di 3-5 fiori. I frutti maturano in ottobre, sono bacche carnose, globose, di colore rosso, lucide con punta scura, grandi come un pisello e disposte in grappoletti vistosi.

Ambiente: Il Tamaro cresce in tutta Italia particolarmente nel sottobosco delle quercete, come pure nella macchia, nelle radure e nelle siepi, dal livello del mare fino a ca. 800 m di altitudine. Sull`Etna la specie si spinge fino a 1400 m di quota ed è abbastanza frequente su tutti i versanti ad eccezione di quello orientale dove, invece, è più raro.

Parte utilizzata: Si consumano le porzioni apicali dei nuovi getti (turioni), emessi in primavera (fig. 9). Essi sono costoluti, di colore verde scuro tendente al marrone e rivestiti dagli abbozzi delle foglie; sono preferibili quelli prodotti dalle piante maschili perché sono più grossi. Durante la raccolta i turioni del Tamaro possono essere confusi con i getti di un’altra pianta, non alimentare, il Vilucchio (Calystegia sylvatica (Kit.) Griseb.), detto in dialetto 'Malocchiu', poiché i tralci delle due piante, nello stadio giovanile sono molto simili, anche se il Tamaro ha attorcigliamento destrorso mentre il Vilucchio perlopiù sinistrorso; a maturità le piante sono chiaramente dissimili.

Uso: Il Tamaro contiene numerosi principi tossici (saponine, fenantrene, ecc.) presenti abbondantemente soprattutto nelle bacche. Nella parte edule della pianta, ovvero nei turioni, queste sostanze si rinvengono in quantità non rilevanti; esse per di più sono termolabili. I turioni del Tamaro hanno un sapore amaro-saligno e si cucinano allo stesso modo dei turioni dell’Asparago o del Pungitopo, previa sbollentata in abbondante acqua per attenuare il loro gusto acre.

Commercio: I turioni del Tamaro, riuniti in mazzetti, sono venduti a Ragalna, Castiglione, Piedimonte nonché a Linguaglossa e Randazzo.

Diffusione: Mentre nel territorio etneo l`uso alimentare dei turioni del Tamaro è frequente, non è così nelle altri parti d’Italia dove quest`erbaggio, salvo qualche eccezione, è sconosciuto o non considerato commestibile. Ad esempio, in Lombardia, BERNINI et al. (1983) scrive che “se ne sconsiglia l`uso onde non incorrere in spiacevoli conseguenze”. In Toscana, CHIEJ-GAMACCHIO (1990) avverte che il loro “uso deve essere contenuto e la commestibilità è posteriore ad una lunga cottura che riduce il principio tossico”. In Romagna, CORBETTA (1991) suggerisce che “i principi, se non proprio velenosi quanto meno acri, contenuti nel Tamaro, costituiscono un buon motivo per consigliarne l`esclusione dalle raccolte di erbe ad uso commestibile”. In Puglia, RICCARDO (1921) dice che i turioni del Tamaro “contengono un principio acre e caustico sicché debbono essere cotti in varie acque per non produrre inconvenienti nell`apparato digerente”. Anche in Francia, FOURNIER (1961) scrive “devono essere consumati dopo sufficiente cottura e dopo aver cambiato l`acqua di bollitura, ma anche così facendo restano vomitivi e purgativi, almeno per certi individui”. POMINI (1956) riporta, invece, che i giovani virgulti vengono mangiati cotti come gli asparagi. Anche MARINONI (1985), afferma che nel Veneto “si mangiano tranquillamente i germogli del Tamaro, lessati ed insaporiti in padella o in frittata”.

Notizie: - Sui nomi dialettali. Il termine Virriceddu (e sue storpiature), riscontrato a Castiglione, probabilmente si riconduce a virrina, il succhiello del falegname, che ha un asse elicoidale, così come ha una volubilità elicoidale il fusto del Tamaro. I nomi Sparacognu, Sparacogni e Sparacuogna, riscontrati a Linguaglossa, Randazzo e Maletto, sono ambigui (BARBAGALLO et al., 1979) perché in molte altre località dell`Etna e della Sicilia, essi si riferiscono, in genere, all`Asparago pungente, mentre in altre si riferiscono al Pungitopo. - Sui nomi volgari. I nomi volgari Viticella, Vite nera e Uva tamina alludono ai frutti disposti in grappoli e all’aspetto dei fusti e delle foglie del Tamaro che ricordano quelle della Vite. Il termine Cerasiola richiama, invece, la colorazione rossa dei frutti. - Sugli effetti tossici e terapeutici. Come già detto il Tamaro contiene alcuni principi tossici ed irritanti presenti nelle bacche abbondantemente e anche nella radice. L’ingestione, in notevole quantità, provoca un avvelenamento che si manifesta con coliche, vomito e può portare alla morte (PRESS et al. 1983). La radice del Tamaro è anche ricca di amido, tannini, ossalato di potassio e istamina; da essa si ricava una droga che, usata a piccole dosi, ha proprietà aperitive, digestive, diuretiche e purgative. - Erba per le donne picchiate In Francia il Tamaro è noto come Herbe aux femmes battues, cioè erba per le donne picchiate (MAYR, 1990). Tale curiosa denominazione nasce dall`uso terapeutico della polpa grattugiata della radice del Tamaro applicata come impacchi su contusioni, ematomi e distorsioni. Le proprietà curative dipendono dalla presenza dell’istamina e dell’ossalato di potassio che agiscono stimolando la circolazione periferica.

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